L’intelligenza artificiale non sostituirà l’intelligenza umana, ma cambierà profondamente il modo in cui lavoriamo. A dirlo è Luca Arcangeli, Project Manager del Clust-ER Innovate Emilia-Romagna, protagonista di una recente intervista realizzata da FORMart per esplorare l’evoluzione delle competenze digitali nel tessuto imprenditoriale regionale. Al centro della conversazione, una figura chiave per la trasformazione in atto: l’AI Enabler.Guarda l’intervista completa
Nato come evoluzione del Digital Enabler, l’AI Enabler si sta affermando come facilitatore dei processi di adozione dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni. Ma, come sottolinea Arcangeli, non si tratta semplicemente di una nuova etichetta per ruoli esistenti: “È una figura che incarna la relazione tra persone e sistemi intelligenti all’interno del lavoro quotidiano”.In uno scenario in cui i tool di AI generativa (come ChatGPT o Gemini) sono ormai accessibili e intuitivi, la vera sfida non è usare lo strumento, ma comprenderne il valore nel contesto specifico aziendale.Da qui l’esigenza di una figura che sappia accompagnare l’adozione dell’AI nei processi aziendali non solo sul piano tecnico, ma anche strategico, operativo e relazionale.
L’adozione dell’AI non può essere solo tecnica. “Serve una visione strategica”, afferma Arcangeli. “Il rischio è introdurre una soluzione perfetta dal punto di vista tecnologico, ma inutile se non è accompagnata da un cambiamento nei processi organizzativi e relazionali”.L’AI Enabler è chiamato a sviluppare abilità fondamentali:
Queste competenze – sottolinea Arcangeli – non si improvvisano. Richiedono tempo, allenamento, consapevolezza: “È un lavoro quasi da coaching. Si tratta di imparare a leggere sé stessi, a prendere decisioni autentiche, non automatizzate”.
A conferma di questo approccio, Arcangeli cita lo studio The Cybernetic Teammate: A Field Experiment on Generative AI Reshaping Teamwork and Expertise, condotto da un team internazionale di ricercatori (Dell’Acqua et al. 2025) e pubblicato come working paper della Harvard Business School. Lo studio ha coinvolto 776 professionisti di un’azienda divisi in team interdisciplinari con e senza accesso ad AI generativa.I risultati? I team che utilizzavano l’AI comunicavano meglio tra loro, soprattutto se composti da figure di aree diverse (ricerca e sviluppo, commerciale, marketing). L’AI ha svolto il ruolo di “traduttore cognitivo”, aiutando a superare barriere linguistiche e organizzative.Questo dato, sottolinea Arcangeli, non riduce l’importanza del fattore umano, ma ne rafforza il valore. L’AI non è l’oracolo, ma un alleato intelligente per far emergere meglio il contributo delle persone.
A differenza di altre figure più verticali, l’AI Enabler non appartiene a un solo settore. Arcangeli è netto: “Servizi, manifattura, produzione, knowledge work… tutte le imprese che lavorano con dati e informazioni possono trarre vantaggio”.Questa versatilità è particolarmente utile per un territorio come l’Emilia-Romagna, dove il tessuto imprenditoriale è composto in larga parte da PMI e microimprese: realtà snelle, che spesso non possono permettersi team dedicati, ma hanno bisogno di competenze integrate nelle figure già presenti.Una delle questioni centrali è se l’AI Enabler debba essere una figura nuova o un’evoluzione interna. La risposta di Arcangeli è chiara: più che creare nuove etichette, serve formare le persone già in azienda.“Le imprese non ci chiedono un corso formale sull’AI Enabler. Ci chiedono di dare oggi le competenze per integrare questi strumenti nei loro processi. Questo è ciò che serve ora”.Questo approccio è già in atto nei tavoli di lavoro della Skills Intelligence promossi da ART-ER in collaborazione con i Clust-ER della regione Emilia-Romagna, dove enti di formazione, imprese e attori del sistema regionale discutono su come integrare l’innovazione tecnologica nei percorsi esistenti.
L’AI non è neutra. È energivora, complessa da integrare e pone interrogativi geopolitici e infrastrutturali. “Parlare di AI oggi significa anche parlare di resilienza dei dati, sovranità digitale e sostenibilità ambientale”. Per questo il Clust-ER Innovate ha contribuito a un white paper sui data center green e resilienti, disponibile online, che sottolinea come la sostenibilità – ambientale e infrastrutturale – debba diventare parte integrante dell’innovazione:“Chi si occupa di AI nelle aziende deve considerare anche i temi della sostenibilità, della resilienza e della sovranità digitale. È un tema strategico, anche solo per accedere al credito in futuro”.Il riferimento è alla necessità, già attuale in molte filiere, di dimostrare l’adozione di pratiche ESG per ottenere finanziamenti, un tema destinato a crescere nei prossimi anni.
“Parlare ancora di intelligenza artificiale è forse fuorviante”, riflette Arcangeli. Il termine è abusato, svuotato. “Preferisco parlare di intelligenza collettiva: l’intelligenza delle persone, dei team, potenziata – non sostituita – da strumenti cognitivi come l’AI.”Questa è la chiave per le imprese che vogliono innovare davvero: non implementare tecnologie per moda, ma integrarle con visione, competenza, consapevolezza e responsabilità.Solo un approccio etico all’innovazione, solo mantenere la responsabilità delle decisioni dalla parte dell’essere umano, può fare dell’intelligenza collettiva una leva di sviluppo realmente sostenibile e inclusiva.Per approfondire questi temi, esplora la landing page dedicata dove troverai l’intervista completa a Luca Arcangeli, insieme ad altri contributi video, interviste e materiali che mettono in relazione innovazione, competenze e trasformazione delle filiere produttive.https://www.formart.it/azioni-di-sistema-2025
Hai qualche dubbio o vorresti maggiori approfondimenti su un tema specifico?Compila il modulo di richiesta e contattaci.